Un viaggio che parte dai vicoli di Napoli, attraversa l'Italia e arriva fino alla vostra tavola.
Prima che ci fosse Pizzeria da Peppe, c'erano le mani forti e gentili di Gennaro Esposito, nonno di Peppe, che ogni mattina alle quattro accendeva il forno nel suo piccolo panificio nel quartiere Sanità a Napoli. Era il 1947, l'Italia stava rinascendo dopo la guerra, e il profumo del pane appena sfornato era un segno di speranza per tutto il vicinato.
Gennaro non era solo un fornaio: era un custode di antichi segreti. Sapepeva riconoscere la farina giusta toccandola con le dita, capiva se l'acqua era alla temperatura perfetta semplicemente immergendovi il gomito, e conosceva i tempi della lievitazione come un direttore d'orchestra conosce la sua partitura. Fu da lui che il piccolo Peppe, il più curioso dei suoi nipoti, imparò tutto.
A dodici anni, Peppe sapeva già impastare, stendere, infornare. Ma più di ogni altra cosa, aveva imparato una lezione fondamentale: il cibo buono non si fa con le ricette, si fa con la pazienza, con il rispetto per gli ingredienti, con la voglia di rendere felice chi mangerà. "A pizza è 'n'attimo 'e felicità", diceva sempre Gennaro, e Peppe non l'ha mai dimenticato.
Nel 1983, Peppe aveva ventisette anni e un sogno nel cassetto. Napoli era nel suo cuore, ma sentiva il bisogno di scoprire nuovi orizzonti. Con la sua Vespa color crema e una valigia piena di sogni (e di caffè napoletano, perché senza quello non si parte), risalì la penisola. Lavorò per due anni in diverse pizzerie tra Roma, Firenze e Bologna, osservando come la pizza veniva interpretata fuori dalla Campania.
Fu amore a prima vista con l'Emilia-Romagna: la gente cordiale, la cultura del cibo, l'attenzione maniacale per la qualità degli ingredienti. Gli ricordava casa, ma con un tocco diverso. E Castenaso, un tranquillo comune alle porte di Bologna, gli sembrò subito il posto perfetto per mettere radici. Qui la gente sapeva ancora riconoscere il valore delle cose fatte bene, delle tradizioni rispettate, del lavoro artigianale.
Nel 1985, con i risparmi di una vita e un piccolo prestito, Peppe aprì il suo locale: una sala modesta con trenta coperti e un forno a legna fatto costruire appositamente da un artigiano napoletano che venne apposta a Castenaso per montarlo. La stessa legna di faggio, lo stesso calore, lo stesso profumo che aveva respirato da bambino nel panificio del nonno.
Gli inizi non furono facili. A Castenaso negli anni '80, molti non sapevano nemmeno cosa fosse la vera pizza napoletana. Peppe passò i primi mesi a spiegare ai clienti perché la sua pizza era diversa da quella che mangiavano altrove: più morbida, più digeribile, con il cornicione alto e i bordi leggermente bruciacchiati. C'era chi storceva il naso, all'inizio, ma chi assaggiava, tornava. E portava amici, parenti, colleghi.
La voce cominciò a girare. Prima Castenaso, poi i comuni limitrofi, poi Bologna intera. Negli anni '90, "da Peppe" era diventato un punto di riferimento per gli amanti della pizza. Il locale si ampliò: da trenta posti a settanta, ma senza mai perdere l'anima familiare. Peppe conobbe Maria, una ragazza di San Lazzaro con la passione per la pasticceria (i suoi babà sono leggendari), e insieme costruirono non solo una famiglia, ma una piccola comunità attorno al rito della pizza.
Oggi, quasi quarant'anni dopo, Peppe è ancora lì, davanti al suo forno, con le mani nella farina. Suo figlio Antonio, cresciuto tra impasti e farina, ha preso in mano la gestione della sala e delle relazioni con i fornitori. La tradizione continua, e ogni sera, quando il forno si accende, arriva il momento magico: il profumo invade la strada, le prime pizze escono fumanti, e per due ore Castenaso diventa un pezzetto di Napoli.
Non siamo un'azienda, siamo una famiglia allargata che include i nostri dipendenti, i nostri fornitori e soprattutto i nostri clienti. Ogni sera ci prendiamo cura di chi varca la nostra soglia come se fosse un ospite a casa nostra.
Non scendiamo mai a compromessi sulla qualità. Ogni ingrediente che entra nella nostra cucina ha un volto e una storia. Preferiamo spendere di più per un prodotto migliore, perché la differenza poi si sente tutta nel piatto.
La buona pizza non si fa in fretta: 48 ore di lievitazione, cottura a 450 gradi per 90 secondi esatti. Rispettiamo i tempi della natura, perché le cose belle hanno bisogno del loro tempo per nascere.
L'ospitalità è sacra. Quando entrate da Peppe, lasciate fuori i pensieri e le preoccupazioni. Qui dentro c'è spazio solo per il profumo della pizza, le risate, il calore umano. Il resto può aspettare.
La pizza non è solo farina, acqua e pomodoro. La pizza è un pezzo di storia, un abbraccio caldo, un ricordo d'infanzia. È il sapore della domenica a casa dei nonni, la gioia semplice di una cena tra amici. Ecco cosa cerchiamo di mettere in ogni nostra pizza.